Fisarmonica (Accordion)

Data: 1971

Materiale: Strumento musicale, resina, plexiglas

Dimensioni: 120 H x 124 L x 20 P

Un’opera storica di Arman datata 1971. Una “colère musicale” di grande formato che letteralmente risuona in tutta la forza del gesto dell’artista.

Nel corso di tutta la sua opera, Arman ha bruciato, tagliato, spezzato oggetti (e persino interi ambienti) per svuotarli della loro funzionalità di oggetti d’uso e trasformarli in oggetti-sculture, portatori di racconto e di poesia. Nelle sue celebri colères, Arman imbraccia – spesso in pubblico – asce, martelli, seghe, per demolire oggetti della vita quotidiana o strumenti musicali, fornendo loro una nuova identità e un nuovo messaggio artistico. “Non sono mai stato in collera quando rompevo un oggetto” – spiegava Arman – “era qualcosa di più vicino alle posizioni del judo che a sfoghi di rabbia.” Attaccando il dominio dell’oggetto sull’uomo, le colères di Arman costituiscono anche l’affermazione di una libertà ritrovata attraverso l’arte.

Di fronte a questa grande fisarmonica, chi potrebbe affermare di non sentire ancora la sua musica risuonare dentro noi stessi.

La musica è un tema ricorrente in tutta l’opera di Arman. Distruggere un pianoforte, oggetto archetipico del discreto fascino della borghesia, è la provocazione assoluta, come Dalí e Buñuel avevano mostrato nel loro film surrealista “Un chien andalou”. Gli strumenti musicali tagliati, bruciati, inglobati, spaccati, fusi da Arman nascono anche da lì, e da questi detriti esce un altro suono: la musica dell’arte.
Nel 1961, durante una performance, Arman distrugge un contrabbasso davanti alle telecamere della NBC in un vicolo dell’Impasse Ronsin, alveare di tutte le avanguardie artistiche, dove Brancusi inventò la scultura moderna. Nel 1962 massacra violino, mandolino, chitarra e pianoforte a coda alla galleria Saqqarah, nella ordinata località di Gstaad, nel corso di un’altra performance intitolata con ironia Chopin’s Waterloo.
C’è inoltre, in quest’arte che taglia gli oggetti in pezzi, qualcosa che richiama il gesto, un tempo associato a quello dell’artista, dell’anatomista. L’opera di Arman è, in un certo senso, un’autopsia della società dei consumi. Autopsía significava in greco “visione con i propri occhi”, un’altra definizione dell’arte, che offre la visione soggettiva dell’artista. “Mi piace mostrare le fasi di una cosa che non si conosce”, dice Arman nel 1963, ripetendo che “taglia” gli oggetti “per mostrare ciò che non si è visto”.